Mentre varchiamo la soglia dell’Adzom Monastery, una folta schiera di monaci e monache buddhisti ha appena terminato le preghiere. Incrociano curiosi i nostri sguardi che si fanno però timidi, pervasi dalla paura di invadere uno spazio intimo e sacro.

Vediamo che sorridono tra di loro mentre ci sussurrano “Namaste” con le mani al petto e il busto chino.

Siamo all’interno del monastero buddhista tibetano più suggestivo della Valle di Kathmandu. Più che un orfanotrofio nel senso tradizionale, è un centro educativo monastico che accoglie bambini e ragazzi provenienti da famiglie povere, villaggi remoti dell’Himalaya o rimasti soli, garantendo loro vitto, alloggio, un’istruzione e una formazione spirituale.


Ci defiliamo in un angolo, e cominciamo ad osservare la vita monastica. Si respira un’atmosfera autentica, estremamente raccolta. Il tempo sembra scorrere lento. I bambini più piccoli si nascondono appena vedono l’obiettivo della mia fotocamera, ma capisco presto che è solo un invito al gioco, cercando la mia attenzione mentre provano a chiamarmi.


Le giovani monache ci sorridono mentre si prendono cura di alcuni gattini, altri bambini saltano nelle pozzanghere mentre altri novizi si prendono gioco l’uno dell’altro finché il rintocco della campana scandisce la fine della pausa. Così pochi istanti dopo, li vediamo correre con zaini in spalla verso la vicina scuola per iniziare le lezioni.


Rimaniamo ancora un po’ in silenzio.
Mani al petto.
Namaste.
E andiamo via.
