5 giorni
4 rifugi
+3000 mt di dislivello
52 km di cammino
4200 mt raggiunti

Siamo sulla catena dell’Himalaya, nella regione dell’Annapurna, dove tra le sue iconiche montagne (Machhapuchhre, Gangapurna, Annapurna I, Hiunchuli) si erge anche il “nostro” Mardi Himal.

Iniziamo la nostra ascesa partendo da Astam, circa 1500 mt, sostando nei rifugi che incontriamo lungo il sentiero (Pitam Deurali, Rest Camp, High Camp e Low Camp) fino a raggiungere i 4200 mt dell’Upper View Point del Mardi Himal e riscendere a Siding a circa 1500 mt.



Viviamo continue emozioni e connessioni profonde.

Vediamo vette toccare il cielo per pochi istanti, nuvole inghiottire foreste e piogge monsoniche scendere incessanti. Le sanguisughe sono costanti, fastidiose, ma anche buffe.

La vegetazione cambia con l’altitudine, passando da foreste fittissime di rododendri a una vegetazione più alpina con fiori Himalayani (papaveri, tarassaco). Così come gli animali, i bufali e i cavalli lasciano il pascolo agli yak.


Più si sale, più tutto diventa essenziale e duro.
Le temperature si fanno più rigide, le scorte di cibo diminuiscono, offrendo sempre meno scelta. Ma le serate più belle sono quelle passate in chiacchiere con Ram, la nostra fantastica guida nepalese, con una tazza calda di black tea e un piatto di Dal Bhat. Quell’essenziale, visibile agli occhi.


Siamo in bassa stagione, ed è notoriamente il periodo peggiore per i trekking in Nepal.
Ma nonostante sia tutto vero, per noi si rivela il periodo più bello, mistico e affascinante. La Natura è esplosiva, violenta, di un verde che acceca. Si cammina ore, giornate intere sopra o dentro le nuvole, sotto la pioggia costante, scollegati dal mondo e connessi solo con sé stessi e la Natura.

Non essendoci turismo massivo, la connessione è più autentica e vera, in costante attesa e speranza che la Natura possa scoprire all’improvviso le sue meraviglie, stupendoci. Così nel silenzio avvolgente e indisturbato della foresta, scorgiamo all’improvviso un cervo, nella completa pace del suo habitat, per poi sparire nuovamente nella folta vegetazione.

Impariamo da Ram a gestire l’altitudine e la ridotta quantità di ossigeno che salendo avremmo avuto. Bere sicuramente tanto e riposare solo dopo cena in modo da far acclimatare il corpo. Scopriamo che la carenza di ossigeno ha effetti anche nella fase onirica, facendoci fare una quantità di sogni disconnessi e mostruosi con la percezione di costante dormiveglia. Ma lo stesso è stato anche per Ram che la mattina a seguire mi domanda, ancora un po turbato, se stessi bene visto che aveva sognato tutta la notte che mi sentivo male per il mal di montagna.
Mentre raggiungiamo i 4000 il nostro passo si fa sempre più lento, i polmoni chiedono più ossigeno con una pressione sempre più forte alla testa. Nulla di così fastidioso, ma con Ale ci osserviamo costantemente in modo da cogliere qualsiasi cambiamento in tempo.

La Montagna ha sempre rappresentato per me la metafora della vita, dove non importa raggiungere la vetta più alta, ma ricordare il percorso fatto per raggiungere qualsiasi meta che ci prefiggiamo, con resilienza, determinazione, accogliendo e superando la fatica così come gli imprevisti che la Natura (e la Vita) riserva, senza rancore o aspettative. È un rapporto esclusivo, unico, irripetibile, con noi stessi.

Così, mentre osservo la cresta fiera e tagliente dell’Annapurna, penso al ciclo della vita. Quando ero bambina era Nonno che ci portava in montagna, ora sono io a portare Lui.
I nostri primi 4000 metri.
Riempiamo i polmoni di ossigeno, e ci prepariamo per la nostra lunga discesa verso Casa.
Grazie Nepal.

Si ferma l’orologio.. spettacolare!
preparati a tanti racconti 🥹♥️